CONTINENTE DI PLASTICA


Grande quattro volte l’Italia, galleggia nell’Oceano Pacifico. Cento milioni di tonnellate di materiale si degradano inquinando l’ecosistema
Ha 2.500 chilometri di diametro e ben 30 metri di spessore Rilascia Ddt e diossina, ingerite dai pesci. E da noi che li mangiamo.

 

 

Un oceanografo ispeziona la distesa di materiale plastico, proveniente soprattutto dalle coste americane, cinesi e giapponesi. Sotto la superficie, la crosta è spessa sino a 30 metri. L’isola di plastica del Pacifico è grande quattro volte l’Italia


 

È grande due volte il Texas e quattro volte l’Italia. Non è Atlantide, non è coperto dai ghiacci come l’Antartide. Non è la «terra incognita» di cui si favoleggiava prima della scoperta dell’Oceania, ipotizzata sulla base di un affascinante assunto empirico: se non ci fosse qualcosa di grande, in quella massa d’acqua sconfinata, la Terra si rovescerebbe. Detto per sommi capi cosa non è questo continente, ribadiamo che non è frutto di fantasia. Esiste, purtroppo. È un «sozzo bubbone» invisibile ai satelliti, che galleggia nell’Oceano Pacifico, spesso almeno trenta metri. È composto di tutto ciò che l’uomo produce senza riciclare, nella convinzione che la Terra sia una sorta di proprietà generazionale di cui si dispone a piacimento. È un’isola di plastica fatto di bottiglie, bicchieri, sacchi d’immondizia gettati fuori bordo dai cargo e dalle navi da crociera. La pagina su cui scriviamo non conterrebbe l’intero catalogo delle schifezze. Aggiungiamo, a mo’ di esempio: flaconi di crema abbronzante, spazzolini da denti, ciabatte, rivestimenti di portiere d’automobile, residui industriali. Oltre all’incalcolabile peso ecologico di questo disastro, c’è quello che si misura in tonnellate: è una discarica da 100 milioni.
Nomen omen: è stato battezzato Pacific Trash Vortex (vortice di immondizia del Pacifico) ed è stato scoperto nel 1997 dal capitano Charles Moore, l’oceanografo americano fondatore dell’Algalita Marine Research. Il suo catamarano Arguita, nonostante il basso pescaggio, quasi si spiaggiò tra il Giappone e le Hawaii, raschiando con la chiglia quella massa indefinita, addensata dalla lenta spirale della corrente subtropicale del Nord Pacifico in zone di costante alta pressione. Chi naviga sa che il vento viene e la corrente va. E due più due fa quattro: la plastica proviene dalle coste degli Stati Uniti, della Cina e del Giappone. Ma questa è la facciata del problema, che ha risvolti assai peggiori. In ordine sparso: Moore, insieme agli scienziati dell’Algalita Marine Research, è tornato nella zona e ha constatato che l’area si è ingrandita e che lo spessore della «crosta» si è ispessito. Campioni prelevati in profondità, fanno risalire l’inizio del fenomeno ai «favolosi» anni Cinquanta, quando, a parlare di ecosistema, si rischiava il ricovero forzato in neuropsichiatria. Quelli raccolti in superficie, certificano che lo scempio continua.
Due spedizioni congiunte sono salpate nell’agosto scorso, organizzate dall’Istituto di oceanografia dell’università di San Diego (California) e dalla Kaisei (www.projectkaisei.org). La prima ha analizzato la concentrazione della plastica e l’impatto sull’ecosistema; la seconda, i possibili interventi per la bonifica. La plastica viene polverizzata dall’adozione dei raggi ultravioletti, riducendosi alla grandezza dei polimeri che la compongono. Dispersi nell’acqua, formano una brodaglia altamente tossica che viene inghiottita dalle meduse, dai molluschi e dai pesci. Ne sono stati raccolti oltre cento esemplari, di specie diverse, su un’area di duemila chilometri quadrati: tutti erano inquinati. Sarà un argomento supportato da un’argomentazione «di pancia» ma così lo scriviamo: la catena alimentare parte dal mare e finisce nei nostri piatti. Le tossine accumulate dai pesci più piccoli si sommano a quelle dei pesci più grandi, da cui sono divorati. E il veleno non fa distinzioni tra ristoranti che servono pesce scongelato e non, la grande distribuzione, il negozietto all’angolo o la confezione di crocchette impanate che diamo ai bambini. L’analisi tossicologica ha accertato che le carni e il fegato degli esemplari analizzati contenevano Ddt e diossina. In alcuni campioni di acqua la quantità di plastica superava di sei volte quella dello zooplancton. Il disastro non è circoscritto a quell’area perchè i branchi di pesci, risucchiati dal vortice, si spostano in zone dove normalmente non vivrebbero, inquinando a loro volta altre specie. L’autopsia eseguita su cetacei spiaggiati, rivela che in molti casi capodogli e balene si «suicidano» dopo aver ingerito plastica. Ogni anni muoiono soffocati migliaia di delfini e tartarughe che hanno risucchiato sacchetti. La seconda spedizione ha valutato la fattibilità della bonifica. Il risultato è sconsolante: la massa è troppo grande, in continua espansione, ed è composta da frammenti troppo piccoli perché si possa tentare di raccoglierla.
Il Bureau of International Recycling, terminata l’analisi dei «carotaggi», ipotizzerà un un intervento quanto mai difficile; la plastica può essere riciclata in energia sino all’80% ma solo dopo essere stata selezionata. E quella distesa sconfinata, è eterogenea e inseparabile.
Il recente vertice di Copenhagen si è occupato dell’argomento? No. Sul tavolo si dibatteva di C02, con Cina, Brasile e India compatti a rivendicare il sogno, a ogni costo ecologico, di un incremento del PIL . Nulla di nuovo, visto che George Bush Senior non firmò il Protocollo di Kyoto.

Sarà per un’altra volta.

 

 

 

 

                                                                                                                                       Donatello Bellomo

                                                                                                                                                    da  Bresciaoggi                                                                                 

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